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Rugby: addio a Jonah Lomu, leggenda degli All Blacks

Alla fine si è arreso e ha dovuto dire addio alla vita ancora troppo giovane. Si è arreso ma non senza aver lottato, come era solito in campo. Jonah Lomu è morto questa mattina nella sua casa di Auckland. Una rara forma di sindrome nefrosica lo ha definitivamente stroncato a 40 anni.

Leggenda lo era già da tempo, ora lo è a tutti gli effetti. Perché Lomu è stato il volto più riconoscibile dell’ovale nella sua storia moderna, uno dei giocatori più forti a cavallo tra gli anni ‘90 e il nuovo millennio.

Il gigante nero, con la sua stazza di 1 metro e 96 per 119 chili ma capace di correre i 100 metri in 10”8, ha segnato per anni mete a ripetizione con flotte di difensori inutilmente aggrappati al suo corpo; ne sanno qualcosa anche i difensori italiani, che lo hanno affrontato a Bologna nell’ottobre del 1994, dove guadagnò il primo cap con la nazionale neozelandese ad appena 19 anni e un mese.

Che era un prodigio della natura lo si vedeva: in pochi anni è diventato uno tra i migliori rugbisti di ogni epoca nonché il testimonial più eminente del nuovo corso del rugby professionistico dopo le sue prestazioni alla Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica con la nazionale della Nuova Zelanda.

Proprio nella nazione oceanica era nato nel 1975 da genitori tongani – il suo nome vero era Siona Tali Lomu – crescendo in un quartiere degradato della metropoli neozelandese, a tal punto anche da assistere da piccolo alla morte violenta di uno zio, ucciso a colpi di machete in strada.

Futuro da predestinato, dopo una trafila vincente nelle giovanili, è stato il più giovane esordiente nella storia della nazionale neozelandese in un test match, diventando, in pochi anni, l’idolo degli amanti del rugby e anche dei meno esperti, per la facilità con la quale buttava giù gli avversari, e anche per la vena realizzativa, dal momento che è stato capace di mettere a segno 37 mete in 73 partite con la maglia degli All Blacks.

Non sarebbe una leggenda se non avesse realizzato anche un record: quello delle 15 mete nelle sole ed uniche due volte in cui ha preso parte ad un mondiale con la propria nazionale. Questo record dura, attaccato ma non superato da Brian Habana lo scorso mese.

Il gigante buono è divenuto un emblema di questo sport fin dal lontano 1995, quando, imprendibile come il vento, iniziò a volare tra gli avversari in una storica partita contro l’Inghilterra con quattro mete nella semifinale.

Quattro anni dopo si trasformò in qualcosa di ancor più grande, giocando una stratosferica Coppa del Mondo, tra azioni esaltanti e altre 8 corse chiuse con il boato festante della folle e la disperazione degli avversari. D’altronde era quasi sempre così!

E pensare che avrebbe potuto scrivere ancora di più la storia del rugby se, un male incurabile, non avrebbe minato la sua carriera, colpendolo nei momenti più esaltanti e accompagnandolo in ogni momento della sua vita.

Si era dovuto ritirare una prima volta a soli 24 anni, nel ’97, per una sindrome nefrosica, sottoponendosi ad un primo, drammatico trapianto del rene. Forte come un leone, con la stessa forza che metteva in campo ad ogni partita aveva provato a rientrare, riconquistando anche la nazionale nel 1999 prima di trasferirsi in Galles, di mollare tutto di nuovo e di tentare un’ultima e malinconica avventura in Francia nel Marseille-Vitrolles, un club di terza divisione, a metà dello scorso decennio. Sarà la sua ultima avventura sui campi da gioco.

Si era ritirato a vita privata, rinunciando alla sua più grande passione, pur di vedere crescere i propri figli. E invece la malattia stava per tendergli l’ultimo agguanto, quello che sperava arrivasse più in là possibile per se stesso e per i suoi bambini. “Vorrei vederli crescere. Ho perso mio padre quando ero molto giovane. Non so quando toccherà a me. Mi auguro che loro crescano in salute”, aveva confessato recentemente l’ala di origini tongane. Non li vedrà diventare maggiorenni come sperava.

Se ne va a 40 anni. Troppo pochi per andarsene, ma abbastanza per diventare una leggenda. E se ti chiami Jonah Lomu il passo è davvero breve.

 

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